La casa che non ho scelto

scritto da Nichilista
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LA CASA CHE NON HO SCELTO
- Nota dell'autore Nichilista

Testo: La casa che non ho scelto
di Nichilista

LA CASA CHE NON HO SCELTO

A tredici anni ho perso mio padre, ma nessuno mi ha mai detto davvero di cosa morisse, se fosse il corpo a cedere o la mente a gridare troppo forte.

Ricordo le sue mani insanguinate, sbattere contro l'androne del palazzo, ricordo il pavimento, i poliziotti, le sirene di un'ambulanza che tardava ad arrivare e quel silenzio dentro di me che faceva più rumore di tutto il resto.

Provavo paura. Provavo schifo. Provavo pietà. Provavo odio.

Tanto odio da non sapere più dove metterlo.

Lo guardavo seduto per terra e mi domandavo perché. Perché lui, perché io, perché proprio il mio papà.

E mentre gli adulti tacevano, io cercavo risposte nell'oscurità, fra immagini di morte, corpi, sangue, e tutto ciò che faceva paura.

Mi avvicinavo all'orrore fino a non sentirlo più estraneo, fino a chiamarlo casa, fino a riconoscermi in ciò da cui avrei voluto fuggire.

Chiedevo a mia madre cosa fosse successo, ma lei mi rispondeva che ero troppo piccola per capire.

E forse aveva ragione, ero troppo piccola.

Ma non ero troppo piccola per vedere, per ricordare, per sentire.

Ero soltanto troppo piccola per sapere dove mettere tutto quel dolore.

Così ho odiato mio padre per la sua fragilità, per la sua malattia, per avermi lasciata davanti a quell'immagine.

L'ho odiato perché non capivo. E mi sono odiata perché non riuscivo ad amarlo come pensavo si dovesse amare un padre.

Ma come si ama qualcuno che si vorrebbe abbracciare e allo stesso tempo allontanare?

Come si perdona un dolore che non ha mai chiesto il permesso di entrare nella propria infanzia?

Ho cominciato a scavare.

Sempre più a fondo, dentro una mente diventata un punto interrogativo, una domanda senza voce, un perché senza risposta.

Finché quel punto si è fatto lama.

La lama si è fatta sangue, il sangue si è fatto dolore, il dolore una cicatrice.

Senza nome. Senza senso. Soltanto sangue e vuoto.

E in quel vuoto ho cercato mio padre.

Ho cercato di capirlo attraversando il male che lo aveva abitato, come se per raggiungerlo dovessi perdermi anch'io.

Come se per perdonarlo dovessi conoscere la sua stessa prigione.

E così, lentamente, l'odio ha cominciato a stancarsi, a sciogliersi in qualcosa che somigliava all'amore.

Ho ricominciato a volergli bene.

Ma a quale prezzo papà?

Ho dovuto confondere il tuo dolore con il mio per riuscire a guardarti senza rabbia? Ho dovuto abitare il tuo inferno per capire che anche tu eri prigioniero?

Avrei voluto capirti da bambina, senza dovermi perdere da adulta.

Avrei voluto sapere che si può amare qualcuno senza portare dentro di sé la sua malattia.

Oggi sei la mia motivazione, la ragione per cui tento di combattere un male che non ho scelto, ma che a volte sento cucito addosso come un vestito ereditato da una vita che non era la mia.

Eppure, qualche volta, mi sembra persino di meritarlo.

Forse perché mi ha cresciuta lui. Forse perché il dolore, quando ti accompagna da bambina, finisce per sembrarti una forma d'amore.

Forse perché non conosco bene il bene, e quando arriva mi spaventa.

Non so creare, mi dico.

So soltanto distruggere le cose belle prima che possano lasciarmi.

Come se la felicità fosse una lingua straniera che tutti hanno imparato mentre io imparavo a sopravvivere.

E allora mi chiedo: come si costruisce qualcosa di buono quando nessuno ti ha insegnato che puoi tenerlo senza perderlo?

Forse dovrei cominciare da un seme, uno soltanto, e affidarlo alla terra delle mie mani.

Dovrei imparare a piantare ciò che non ho mai ricevuto, a dare un nome alla tenerezza, a non scambiare la pace per una minaccia, a non distruggere ogni fiore solo perché non so quanto durerà.

Ma sono stanca.

Dio, quanto sono stanca.

Stanca di essere forte, di esserlo stata quando ero bambina, di esserlo ancora adesso che il mondo pretende da me la solidità di un'adulta.

Un'adulta, sì, ma cresciuta a metà.

Con gli anni sulle spalle e una bambina ancora ferma davanti a quell'androne.

Una bambina che aspetta risposte, che vorrebbe sapere perché, che forse vorrebbe soltanto che qualcuno le prendesse la mano e le dicesse:

Non è colpa tua.

Non dovevi capire tutto. Non dovevi salvare nessuno. Non dovevi ammalarti per amare tuo padre.

Potevi essere soltanto una bambina.

E forse è questo il lutto che non ho mai saputo piangere:

non soltanto quello di mio padre, ma quello di me stessa, della bambina che sono stata, della spensieratezza che non ho conosciuto, degli anni in cui avrei dovuto imparare a vivere e invece imparavo a sopravvivere.

Adesso la vita mi chiede di più.

Mi chiede di essere grande, di scegliere, di costruire, di sapere dove andare.

Ma come faccio a conoscere la strada se ho trascorso l'infanzia a cercare una via d'uscita?

Come faccio a diventare casa se dentro di me abitano ancora tutte le stanze del dolore?

Papà, non so se un giorno guarirò del tutto, non so se riuscirò a perdonare ogni cosa, non so nemmeno se la felicità sarà mai qualcosa che saprò riconoscere.

Ma vorrei smettere di credere che il male sia l'unica cosa che merito.

Vorrei imparare che posso amarti senza assomigliarti nella sofferenza, che posso portarti con me senza portare anche tutto il tuo inferno.

Vorrei che il tuo ricordo non fosse più una lama, ma una mano posata sulla spalla.

Vorrei che il mio dolore smettesse di essere l'unica lingua in cui so raccontarmi.

E se un giorno riuscirò a fiorire, se un giorno le mie mani sapranno costruire invece di distruggere, se un giorno non avrò più paura di ciò che mi fa bene,

forse sarà anche merito tuo.

Ma soprattutto sarà merito mio.

Perché avrò imparato che non tutto ciò che mi ha cresciuta deve continuare a tenermi prigioniera.

Che posso amare mio padre senza sacrificarmi al suo dolore.

Che posso essere fragile senza essere perduta.

E che, anche se nessuno mi ha insegnato come si coltiva la felicità, posso ancora imparare.

Un seme alla volta. Un giorno alla volta. Una ferita alla volta.

Perché io non sono soltanto la bambina davanti al sangue.

Non sono soltanto la lama, la cicatrice, il vuoto.

Non sono soltanto ciò che il dolore ha fatto di me.

Sono anche tutto ciò che il dolore non è riuscito a portarmi via.

E forse, papà, crescere davvero significa proprio questo:

smettere di abitare il male per dimostrare di averlo compreso,

e concedermi, finalmente, di vivere.

Non per dimenticarti.

Non per tradirti.

Ma perché, dopo tutti questi anni, anch'io merito di essere salvata dalla bambina che ho dovuto essere.

La casa che non ho scelto testo di Nichilista
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